Moldavia, traballa il governo europeista

Moldavia, traballa il governo europeista

Messaggioda Alfredo Ferrari » 18 febbraio 2013, 20:58

Fonte: http://www.lindro.it/politica/2013-02-1 ... europeista

Se succedesse davvero si potrebbe ben dire, una volta di più, che piove sul bagnato. La Moldavia post-sovietica era da tempo il più povero paese europeo e resta tale malgrado una più che discreta crescita economica negli ultimi anni. Migliaia di giovani che non vogliono o non riescono ad emigrare come altri numerosissimi connazionali di entrambi i sessi vendono i propri reni per sbarcare il lunario. Nel 2012 una spaventosa siccità ha causato la perdita del 90% dei raccolti di base e dei principali prodotti agricoli, con conseguente forte rincaro dei generi alimentari e ricadute negative su altri settori compresi gli investimenti stranieri, diminuiti del 40%.

In compenso, erano ormai vicini alla conclusione i negoziati per un accordo di associazione all’Unione europea, perseguito dagli attuali dirigenti di Chisinau come migliore se non unica carta da giocare per risollevare il paese. Sul raggiungimento di questo traguardo, adesso, incombe però la minaccia di una crisi di governo che potrebbe rimetterlo in discussione oltre a destabilizzare nuovamente il quadro politico nel suo complesso. E ciò dopo meno di un anno dall’elezione di un nuovo presidente della Repubblica, Nicolae Timofti, meglio affiatato del precedente con la maggioranza governativa al potere da tre anni e mezzo e apparentemente risoluta e coesa nel portare avanti quella fondamentale scelta politico-economica.

A prima vista la compagine capeggiata da Vlad Filat dovrebbe godere di un’invidiabile omogeneità. È infatti sostenuta da un’Alleanza per l’integrazione europea imperniata sul Partito liberal-democratico e composta altresì da un Partito democratico e un Partito liberale. Ma evidentemente gli aggettivi contano poco in un paese uscito assai lacerato, per vari motivi, dalla lunga esperienza comunista nell’ambito dell’URSS e somigliante invece alla precedente madrepatria, la Romania, per una forma di democrazia oltremodo instabile e conflittuale, sfociata in una dittatura di tipo fascista prima della seconda guerra mondiale, e riprodottasi a Chisinau come a Bucarest dopo i ribaltoni del 1989 e 1991.

Mercoledì scorso Filat ha improvvisamente denunciato il patto di coalizione, accusando alcuni ambienti dei partiti alleati di averlo violato creando furtivamente strutture di tipo oligarchico tali da favorire gli interessi e il potere di élites privilegiate a scapito delle prerogative statali. In pratica, di promuovere e potenziare anche ad alto livello quelle stesse attività mafiose che il governo è ufficialmente impegnato a combattere, insieme alla corruzione, anche per munirsi dei requisiti previsti da Bruxelles per l’associazione.

Secondo il premier, il patto tripartito dovrebbe essere rinegoziato e riformulato in modo da prevenire ulteriori violazioni. La brusca mossa non è naturalmente piaciuta agli alleati. Il partito democratico, in particolare, ha reagito duramente avvertendo Filat che il suo governo, essendo rimasto privo della maggioranza parlamentare, deve chiedere il rinnovo della fiducia per sopravvivere. I liberali, pur ribadendo la propria fedeltà all’alleanza, hanno lasciato intendere che la sua conferma potrebbe essere preceduta e pericolosamente condizionata da nuove elezioni, eventualmente anticipate rispetto alla normale scadenza della legislatura (fine 2014).

Lo sbocco della diatriba si presenta incerto e così pure, di conseguenza, la sorte dell’accordo con l'UE, che pure non sembrerebbe essere oggetto di divergenze tra i tre alleati. Questi ultimi, d’altra parte, non sono per nulla allettati da un ricorso alle urne che farebbe gola al solo partito comunista ora all’opposizione. Ancora premiato dalla maggioranza relativa nelle elezioni del 2009, era stato estromesso dal potere per effetto dell’alleanza tra i partiti europeisti, accomunati appunto da una scelta strategica, combattuta invece dagli eredi del vecchio regime. Quali che siano ora i motivi e la natura dello scontro nell’area governativa, la desolante situazione economica resta pur sempre sullo sfondo della dialettica politica e con essa i diversi modi per affrontarla. I membri dell’Alleanza per l’integrazione europea, che significa in ultima analisi piena adesione alla UE, sono ancora ben lontani dal convincere la popolazione che essa rappresenti la migliore ricetta per salvarsi.

L’alternativa che si offre, ad un paese in cui le campagne danno lavoro al 30% della popolazione attiva e mantengono il 60% degli abitanti, è quella di puntare piuttosto sull’integrazione cosiddetta eurasiatica, ossia sulla reintegrazione del grande mercato già dell’URSS nel quale la Moldavia fruiva di una proficua specializzazione agricola. Ancora oggi esso riceve il 42% del suo export e il grosso di quello dei prodotti diretti e indiretti della terra: 70% degli ortofrutticoli e 80% delle loro conserve, del vino e altri alcolici, 90% della carne e dei latticini, 80% dei tessili e cosmetici, ecc.

Dato che la Russia, soprattutto, ospita altresì una buona fetta dell’emigrazione lavorativa moldava, non sorprende quindi che una netta maggioranza della popolazione dica tuttora di preferire il rafforzamento dei legami con gli Stati eredi dell’URSS a dispetto di quelli storici e di sangue, ugualmente maggioritari, con la Romania oggi membro dell'UE e naturalmente impegnata a trascinarvi anche il piccolo paese fratello. Di questo orientamento continua a farsi risoluto interprete il partito comunista, che da eventuali elezioni anticipate potrebbe anche aspettarsi un aumento dei consensi e addirittura un ritorno al potere, tenuto conto che le misure per il risanamento finanziario e altre riforme sin qui attuate per consentire l’associazione all’Unione europea non hanno giovato alla sua popolarità e a quella del governo.

Forte delle sue forniture di petrolio e gas sinora vitali per l’economia moldava, la Russia preme frattanto in vario modo per l’ingresso del paese nell’unione doganale cui ha dato vita insieme con la Bielorussia e il Kazakistan e che costituisce dal suo punto di vista il primo passo verso una più stretta Unione eurasiatica. Per la verità si tratterebbe del terzo passo, stando al programma in cinque tappe concordato dalla Comunità degli Stati indipendenti post-sovietica. La Moldavia ha aderito per ora solo al primo (area di libero commercio), peraltro di scarsa efficacia concreta come pure il secondo (comunità economica eurasiatica).

A livello di rapporti esterni la carta più pesante che Mosca può giocare è l’eventuale nulla osta al recupero della Transnistria, la regione moldava secessionista da un ventennio che ha proclamato un’indipendenza da Chisinau non confortata da alcun riconoscimento internazionale ma sostenuta dalla protezione politica e militare russa. Tentativi di risolvere il problema mediante negoziati multilaterali sono da tempo in corso. Il Cremlino però deve ancora chiarire se si accontenterebbe di una rinuncia della Moldavia ad entrare nella NATO oppure condiziona il consenso per la sua riunificazione anche alla scelta da parte di Chisinau dell’integrazione a est piuttosto che a ovest.

Non si esclude completamente, peraltro, neppure una soluzione di questo dilemma tale da accontentare un po’ tutti benchè alquanto complessa. La Moldavia è membro del WTO, e già la sua adesione all’unione doganale orientale a tre richiederebbe una laboriosa armonizzazione delle relative norme con quelle della massima organizzazione del commercio mondiale. Ciò nonostante, si ritiene da qualche parte che l’aggancio eurasiatico non sarebbe necessariamente precluso da quello 'europeo' e viceversa, insomma che la partecipazione ad entrambe le integrazioni non sarebbe tecnicamente inconcepibile.

Ammesso che ciò sia vero, resterebbe comunque da appurare se esiste anche una compatibilità politica. Qui i dubbi sono probabilmente maggiori, e l’eventuale aggravamento della crisi apertasi sulla scena interna moldava promette semmai di rinforzarli.
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