Natascia

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Natascia

Messaggioda nikita » 5 settembre 2014, 5:24

Non dimenticherà mai quel giorno Irina. Il giorno che vide per la prima volta Igor. Irina faceva la cameriera in un bar della capitale a duemila lei al mese, dieci ore al giorno a servire clienti. Non aveva trovato di meglio, sua madre che faceva le pulizie in un negozio, suo padre alcolizzato e senza lavoro.
Irina sognava una vita migliore, come tutte le ragazze della sua età, sognava un lavoro dignitoso, un bravo ragazzo da sposare, dei figli da crescere. Era una bella ragazza Irina, i ragazzi la guardavano. La guardò anche Igor quando entrò in quel bar.
- Ciao, sono Igor - le disse il giovane, come tanti clienti che notavano la sua avvenenza. Igor era un bel ragazzo, elegante e sorridente.
- Ciao - rispose la povera Irina, senza sapere che quella risposta sarebbe stata la rovina della sua vita.
Igor tornò, sempre elegante e sorridente, e Irina accettò di buon grado le sue attenzioni. Si videro, si frequentarono.
Un giorno Igor le disse:
- Ti piacerebbe fare la cameriera all’estero, in Italia ad esempio? Conosco una persona che può aiutarti.
Igor le presentò il suo amico, un uomo di mezza età, simpatico, con una macchina di lusso.
- Voglio fare un favore a Igor, sei una brava ragazza, se vuoi ti farò lavorare in Italia - disse quel signore tanto gentile.
Irina ne parlò in casa, i suoi genitori non dissero nulla per dissuaderla, pensarono al denaro, pensarono che la loro vita sarebbe cambiata finalmente.
- Tra due mesi partirai, impara un po’ d’italiano - le disse un giorno l’amico di Igor.
Arrivò il giorno della partenza, lei e un’altra ragazza, poche cose in una borsa. Partì piena di speranza. Una macchina che correva veloce. Paesaggi sempre diversi, nomi di villaggi sconosciuti. L’amico di Igor si era fatto pensieroso, taciturno, rispondeva a monosillabi alle domande sempre più preoccupate delle ragazze.
Dopo quasi due giorni di viaggio arrivarono a Pristina, in Kosovo. Una casa in periferia, isolata, una camera disadorna, due sedie, un letto. Entrò nella stanza un amico di Igor con altri due uomini, parlottarono fra loro, guardarono le due ragazze, ridevano.
- Diecimila euro - dissero in una lingua sconosciuta. Vendute per diecimila euro! Le ragazze capirono. Urla disperate. Pianti strazianti. Si rifugiarono terrorizzate l’una nelle braccia dell’altra.
I due uomini le picchiarono, le torturarono, le violentarono. Una, due, tre volte. L’indomani ancora, e poi ancora, per giorni, settimane.
Irina piangeva sempre più piano, i suoi singhiozzi divennero lamenti, fino a quando smise del tutto. Non pianse più Irina, il suo corpo non era più il suo, era diventato un involucro martoriato e sofferente. I suoi aguzzini la chiamavano Natascia. Lei disse con un filo di voce che il suo nome era Irina.
- Qui le puttane delle tue parti le chiamiamo Natascia, tanto siete tutte uguali.
Irina aveva pianto tutte le sue lacrime ed era precipitata in un gorgo di terrore e disperazione. Non osava dir niente, taceva, era stanca, stanca di essere picchiata. Era disposta a fare tutto quello che volevano, supplicava, implorava pietà.
Cominciò proprio da lì la sua vita di prostituta, a Pristina, in una squallida camera, buttata su un lurido letto. Cinquanta euro. Soldati. Uniformi di diverso colore indossate da uomini sempre uguali. Uomini che pagavano per avere il suo corpo.
Una sera le dissero che doveva partire, pochi stracci in una borsa. Una cittadina come tante in Italia, una casa isolata, una stanza spoglia, misera e triste. Le città cambiavano, ma non la sua vita sempre in vendita. Ancora venduta a sconosciuti, il suo corpo una merce che passava di mano in mano.
Tutte le notti buttata su un marciapiede, cinquanta euro, insieme ad altre sciagurate come lei. Saliva e scendeva dalle auto in quei freddi viali di periferia. Giorni tutti uguali, con la pioggia o con il sole, in salute o in malattia. Per non impazzire, Irina aveva escogitato un piccolo espediente, ogni sera si rifugiava nel corpo di Natascia, un nascondiglio sicuro, pensando così di ingannare il suo sciagurato destino, di mettersi in salvo, aveva l’illusione che il corpo in vendita non fosse il suo. Un fragile filo a cui aggrapparsi.
Molte volte aveva pensato di farla finita! La teneva in vita un sogno, una tenue speranza a cui aggrapparsi per non impazzire di dolore. Come tanto tempo prima sognava bei vestiti ed una vita migliore, adesso Irina sognava di fare la cameriera in un bar di Chisinau. A duemila lei al mese.
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